Si è parlato e si sta parlando tanto della didattica a distanza, nella quale siamo stati tutti catapultati di colpo. Il covid e i vari lockdown ci hanno costretto a cambiare il modo di insegnare.
Che fare?

 

Io, che ho una lunghissima esperienza professionale di docente alle spalle (15 anni di scuola primaria e più di 35 all’Università) ho accolto con entusiasmo questa nuova opportunità, cercando di sfruttarla al meglio ed in maniera efficace. Sfida interessante, che continua tuttora.

       È vero, ho sempre curato la didattica anche in ambito universitario, sforzandomi di innovarla e di arricchirla, di renderla stimolante. Ben lungi da me una postura “trasmissiva”, piuttosto ho scelto e scelgo un insegnamento “attivo”, scientifico sì ma coinvolgente e motivante, che faccia pensare, riflettere, argomentare. Il mio ambizioso obiettivo è stato – e lo è tuttora – quello di diffondere una cultura profonda e pensata che si rifletta anche nella vita quotidiana.

        A chi ho erogato la didattica a distanza?

Agli studenti universitari, a docenti e a tutti coloro che hanno frequentato i miei corsi di aggiornamento e formazione.

          Che dire di questa modalità didattica?
Dal mio punto di vista è stata positiva e “vincente”, direi, se funziona la connessione e la piattaforma è interattiva. Certo ho dovuto ripensare a slide e contenuti multimediali da usare, come pure alle modalità comunicative ed espositive da adottare nel parlare e nel presentare le slide. Oltre ad un solida competenza didattica, mi hanno aiutato anche le scienze della comunicazione, come pure tanta creatività e tanto entusiasmo. Ho svolto anche attività laboratoriali (di tipo umanistico sì, ma con la necessità di lavorare con vari tipi di libri, albi illustrati, video ecc.), riuscendo a far interagire i partecipanti.

 Quale valutazione dare?    
       Insomma, dopo 9 mesi di esperienza, posso ritenermi soddisfatta, anche se cerco sempre di migliorare. Ho lavorato guardando anche i loro volti, ricevendo un feedback espressivo e verbale. Nel corso di aggiornamento universitario e durante un workshop in DAD i partecipanti (non più di 25) hanno ammesso che si è creata una “comunità interpretativa”, dove si scambiano opinioni e si discute di Letteratura per l’infanzia e l’adolescenza, di pedagogia e promozione della lettura, di cultura. Dove, durante l’intervallo, si può sorseggiare assieme il caffè. Spesso, durante i corsi di formazione, il lavoro congiunto con un collaboratore sulla mia stessa lunghezza d’onda ha senz’altro ottimizzato la resa.
    Utilissima la DAD per chi come me conduce attività di ricerca-azione sul campo per monitorare i progetti e implementare metodologie. Ho l’opportunità di sentire i docenti in orario flessibile, evitando spostamenti a volte pesanti per tutti.
      Però, la mia valutazione non basta, ho voluto chiedere proprio ai destinatari (studenti, docenti, operatori culturali) come valutavano i miei corsi universitari e di formazione.

    E che cosa hanno risposto?  
Ebbene sono stati tutti soddisfatti. I motivi che hanno addotto sono diversi. Ad esempio, per gli studenti, la possibilità di personalizzare l’orario della fruizione (una manna per chi lavora!), l’opportunità di ascoltare e studiare meglio, soffermandosi, durante il “ri-ascolto, su concetti importanti. Difatti i voti degli esami universitari estivi sono stati i migliori degli ultimi anni!
     È stata apprezzata inoltre la “vivacità” con cui tenevo (e tengo) le lezioni in streaming, riuscendo a coinvolgerli, a farli interagire e parlare, magari sforando anche i tempi di lezione, cosa che non sempre si può fare in presenza. E tutti, sembra strano, hanno accettato di rimanere oltre orario, studenti e docenti. Stupefacente, vero?
      Anche gli insegnanti e altri operatori culturali dei vari corsi di formazione si sono espressi in modo simile.

  Che dire in conclusione? Pur ritenendo che la didattica in presenza sia la forma migliore di insegnamento, mi sembra – suffragata dalle risposte dei fruitori – che essa può essere ben sostituita dalla DAD come nei casi sopra indicati.  
     E nel futuro una forma blended di didattica a distanza e in presenza per me sarebbe la soluzione ottimale. Necessitano però tecnologie che funzionino, competenze didattiche anche raffinate, essere disposti al cambiamento, capacità di coniugare il meglio della tradizione con l’innovazione.

Silvia Blezza Picherle