Arthur Rackham 1920

  Passano gli anni, passano i decenni, eppure l’editoria continua a guardare ai classici per bambini e ragazzi con gli stessi occhi del passato. Come, direte, non siamo nel 2020? Non siamo innovativi? Non sono subentrate le nuove generazioni di editor, di scrittori? 

     Il tempo è trascorso, eppure, proprio come accadeva nella seconda metà dell’Ottocento e poi, con modalità diverse, nel Novecento sino al secondo dopoguerra, permane l’idea che I CLASSICI devono essere ADATTATI, quindi semplificati affinché i bambini e i ragazzi li possano leggere.

   Adattato cosa significa? Significa tagliare parti considerate difficili o pesanti, eliminare frasi e parole ritenute sconvenienti per il giovane pubblico (censura), riassumere in modo consistente il testo integrale, riscrivere la narrazione con altre parole più semplici e “moderne”. E poi, aspetto paradossale, se da una parte si riduce il classico dall’altra si aggiungono in esso elementi, inesistenti nell’originale, che scrittori ed editori considerano “educativi”: descrizioni, consigli, puntualizzazioni sui valori.

   Si tratta di interventi spesso molto consistenti, per cui sorgono spontanee alcune domande.   
    Il “classico” com’è diventato? Cos’è rimasto del testo integrale? E dello stile peculiare che rende “grandi e unici” i romanzi classici?
Del testo integrale rimane ben poco: la trama grossolana, personaggi monchi nella loro caratterizzazione psicologica, una scrittura che non è più quella dell’autore classico ma di colui/colei che adatta e riscrive. Penso con dolore a Collodi, uno scrittore dallo stile raffinatissimo, apprezzato dai critici di tutto il mondo, che i bambini adorano nella sua integralità. In Italia però, negli adattamenti di questo classico, sia per la scuola primaria che dell’infanzia, si eliminano dialoghi (un’eccellenza collodiana), espressioni originali, vocaboli inusuali, descrizioni (Collodi è maestro della descrizioni sensoriali) e molti altri aspetti peculiari. E così, ai bambini e ragazzi lettori si offre una storiella banale, priva spesso di episodi importanti, di parole che affascinano e che rendono unico questo classico.  
 Orbene, si sa che gli adattamenti sono sempre stati eseguiti per due motivi. Il primo è che molti classici “per ragazzi” in realtà sono stati scritti per adulti (es. i romanzi di Mark Twain, di Jack London). Il secondo è che tra Ottocento e buona parte del Novecento ha dominato una visione istruttivo-educativa della letteratura per l’infanzia: i libri per bambini e ragazzi dovevano insegnare, meglio se in modo esplicito, e dovevano riflettere modelli ideali cui adeguarsi. Quindi niente di meglio che “adattare” il classico, in maniera pesante e stravolgente, per renderlo coerente con l’ideologia e la temperie culturale dei diversi periodi storici.
Nel corso del tempo la letteratura per l’infanzia è maturata, ha assunto altre funzioni, dovrebbe aver la sua patina istruttiva, è divenuta artistica (almeno nella migliore produzione). Alla luce di tutto ciò, nel rispetto del bambino/ragazzo che ha diritto di fruire di una letteratura di qualità, si sarebbero potuti proporre degli adattamenti di qualità, cioè riduzioni di opere corpose cercando di rimanere il più vicino possibile alla versione integrale. In particolare salvaguardando la peculiarità stilistica dello scrittore.
   Invece non è andata e non sta andando così. Anzi, l’editoria ha percorso e sta percorrendo, ormai da decenni, un’altra strada, con un serio e preoccupante aggravamento nei giorni nostri. Quale strada? Il tradimento totale del classico.
  E così abbiamo un profluvio di collane di “classici” ridotti ai minimi termini. Taglia qui, taglia là, riscrivi qui, riscrivi là, si cambiano parole ed espressioni per semplificare e attualizzare. Ecco che i classici si snaturano, diventano altro da sé, perdono tutto. Insomma di essi rimane uno scheletro.
   Gran parte delle case editrici pubblicano a raffica quelle che ritengono siano “novità”, in realtà sono adattamenti e riscritture che hanno un impianto antico, il retaggio di un passato istruttivo che si sperava fosse ormai superato.
   Nei prossimi blog si porteranno alcuni esempi eclatanti a sostegno di quanto esposto, ma credo che i lettori di questo sito conoscano queste pubblicazioni.

   Un invito alla riflessione: che senso ha proporre questi classici che nulla hanno conservato della loro essenza, bellezza, unicità?
     Forse, bisognerebbe avere il coraggio di cambiare, di andare controcorrente, di non seguire acriticamente un’editoria che non rispetta i bambini/ragazzi e la letteratura.